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Gemme colorate: la ricerca più difficile

Maraismara

Se ci si muove al lume di un'etica ben precisa, l'approvvigionamento di gemme preziose colorate presenta abbondanti difficoltà dovute a rarità, distribuzione e circostanze altamente particolareggiate.

Le gemme colorate sono tantissime, molte di più di quelle che la mente riesce a richiamare con velocità, e la loro estrazione avviene in più di 47 Paesi, cioè nelle più disparate condizioni politiche e sociali. A differenza dei diamanti e dell’oro, che provengono principalmente da operazioni industriali su larga scala, la quasi totalità delle pietre colorate è prodotta in miniere ASM che, come già scritto, possono sì avere minor impatto ambientale, ma coinvolgono lavoratori estremamente vulnerabili. Non sarà mai abbastanza ribadire che, nel settore minerario, i problemi inerenti l’inquinamento, le condizioni di lavoro e la violazione dei diritti umani, non sono dovuti alle operazioni ASM in sé, ma all’incapacità del sistema di riconoscerle, includerle e tutelarle. Delle poche grandi compagnie LSM nel campo delle pietre colorate, ad esempio, al fianco delle dichiarazioni positive che arrivano al seguito di grandi investimenti nella comunicazione e nel marketing e che darebbero ragione di sperare in organizzazione e controllo della filiera, ahimè altrettante sono le notizie che riportano casi di reiterati abusi, conflitti d’interesse e collusione tra potenti generali e capi di Stato, che avvengono quasi sempre a danno delle operazioni artigianali che provano ad istituirsi nella stessa area.

Ciò che rende particolarmente difficile questa ricerca è il fatto che l’informazione inerente la zona di origine delle gemme viene sempre conservata, ma è solo una chimera. Mentre il valore dei diamanti dipende essenzialmente da caratteristiche fisiche, in una gemma colorata la provenienza è un’informazione utile a definirne la transazione e perciò viene preservata. A pochi sfugge il legame tra i rubini e Burma, tra gli smeraldi e la Colombia, o tra i lapislazzuli e l’Afganistan. Tuttavia quello sull’origine è un dato ingannevole, un’indicazione da guardare in maniera sorvegliata, perché non dice nulla circa le condizioni sotto le quali è avvenuto il processo minerario, quello di commercializzazione e quelli di taglio e di lucidatura che, per giunta, solo raramente avvengono nei Paesi di estrazione.

In un panorama così frastagliato che sfugge, ragionevolmente, a uno schema di certificazione formale unico, la chiave sta solo nella luce della lanterna che ci guida, ovvero nel cercare, nel chiedere, nel parlare, nel viaggiare, e nel voler vedere.

 

Una palette ristretta 

Maraismara

Malgrado qualsiasi richiesta e necessità creativa, creo gioielli solo in base alle gemme che trovo lungo la strada illuminata.

Il fatto che il mondo delle pietre colorate sia composto innanzitutto e perlopiù da miniere ASM costituisce sì la sfida più grande, ma, sotto rare circostanze, può altresì permettere la nascita di progetti di grande valore positivo, e l’organizzazione, fioritura e tutela di piccole filiere controllate.

Al momento partecipo a quattro filiere che mi permettono di lavorare con zaffiri, opali, spinelli, rubini, topazi, acquamarine, zirconi e tormaline, estratti in Sri Lanka, in Tanzania, in Malawi e in Australia, e tagliati quasi sempre localmente. Oltre a queste filiere ci sono quelle costituite da progetti di cooperazione internazionale: Moyo Gems e Virtu Gems. 

 

Moyo Gems

“Moyo” in Swahili significa “cuore”, ma da qualche tempo indica anche un programma di collaborazione con le minatrici della Umba Valley, in Tanzania, per fare arrivare le loro gemme direttamente sul mercato internazionale. 

Il progetto ha radici nel 2008 quando, dopo aver visto le condizioni di lavoro dei minatori artigianali del Kenia e della Tanzania, un ricercatore del GIA (Gemological Institute of America) comincia a pensare a un modo per aiutarli.Passa quasi un decennio e nasce “Selecting Gem Rough: A Guide for Artisanal Miners”, un ricco libro illustrato scritto in Swahili e accompagnato da un vassoio traslucido che può essere utilizzato per fare basilari valutazioni gemmologiche e selezionare il materiale grezzo. Grazie alla collaborazione con Pact, associazione noprofit per lo sviluppo internazionale, e a  TAWOMA (the Tanzania Women Miners Association) si riesce a creare un corso e a distribuire il volume. Il primo progetto pilota ha avuto luogo nel 2017 e ha formato circa 400 minatori.

Le difficoltà dei minatori, e in special modo delle minatrici, erano veramente molte: 

  • Accesso al mercato: l'85% dei minatori vende soltanto a broker locali, mentre il 13% non riesce a raggiungere neppure questi;

  • Educazione: il 70% dei minatori ha ricevuto soltanto l'educazione primaria, mentre il 13% di essi non è mai andato a scuola. Ciò vuol dire che un minatore su tre manca delle conoscenze basilari per monitorare le proprie vendite e spese;

  • Trasparenza nei prezzi e nei pagamenti: ben il 97% dei minatori ignora i reali prezzi di mercato. 

Le pagine del libro sono resistenti all’acqua e riportano le foto delle gemme grezze che si trovano in Africa orientale, ovvero tormaline, corindoni, varie tipologie di granati, topazi, spinelli, zirconi e tanzaniti. C’è poco testo, perché il livello di istruzione dell’area è basso, ma le numerose illustrazioni guidano i minatori all’utilizzo del vassoio e di diverse fonti di luce, per valutare certe qualità delle gemme, ma mostrano anche come pulirle in maniera appropriata, per venderle al meglio, e anche i passaggi del taglio e della sfaccettatura, per fornire loro maggior consapevolezza della filiera.

Ad un certo punto Stuart, Pact e ANZA gems, con l'aiuto tecnico di Everledger, hanno trovano un modo per poter ampliare ulteriormente il programma. Raggiungono un gruppo di minatrici a Tanga e assieme a loro e a TAWOMA progettano un sistema from-mine-to-market relativo alle gemme colorate, ovvero Moyo Gems. Si avvalgono anche dell’esperienza di MTL Consulting, azienda tanzaniana di ingegneria specializzata nel settore minerario, per fornire alle minatrici quel supporto tecnico al quale altrimenti non sarebbero riuscite ad attingere. 

L’obiettivo comune è quello di rendere le minatrici in grado di lavorare in sicurezza, di operare meglio, di generare tranquillità  economica, e di creare un mercato stabile ed equo per le loro gemme.

La prima vendita, che a Moyo viene chiamata "Market Day", è avvenuta a maggio 2019 e questo è quello che è successo in un anno:

  • Si sono tenuti 3 Market Days, durante i quali 102 minatrici e minatori, ormai tutti proprietari di licenze per operare, hanno venduto gemme grezze per un valore di oltre $31,000.

  • Grazie alle nuove conoscenze acquisite, già il 79% dei minatori ha dichiarato di sentirsi migliorato nella valutazione delle gemme, mentre il 67% si dice anche più capace nell’affrontare negoziazioni di vendita. Nel riportare questo ultimo dato occorre rilevare che, almeno in questa area, indifferentemente da chi sia il proprietario della gemma o della miniera, quello della negoziazione è un ruolo tradizionalmente maschile.

  • La totalità delle transazioni dei Market Days è stata negoziata dai minatori e il 95% del prezzo di esportazione è andato direttamente a loro.

  • Grazie al sistema Moyo Gems, i minatori, confrontando un singolo Market Day con un loro precedente intero mese di lavoro, hanno visto le loro entrate moltiplicarsi per 4,8 volte.

 

 

Virtu Gem

Per i minatori artigianali la pandemia ha significato la quasi totale assenza di compratori, specialmente quelli internazionali, dunque l’impossibilità di vendere e di continuare a lavorare, incorrendo rapidamente in una crisi drammatica. È con questo fatto davanti gli occhi che, con grande tempestività, nella primavera del 2020 è nato il gruppo di acquisto “The Responsible Gemstone Buyers Group (RGBG)” con l’intento di acquistare gemme direttamente dai minatori della Federation of Small Scale Mining Associations of Zambia (FESSMAZ) e di destinare un premium del 15% alla distribuzione di cibo e di materiale sanitario per le comunità minerarie. L’idea è stata un successo e a inizio giugno, grazie alle gemme vendute, eravamo riusciti a portare a compimento già due operazioni di distribuzione. 

Le gemme proposte provenivano tutte dal programma FESSMAZ, cioè da operazioni legali e senza violazioni di diritti umani, ed erano in forma grezza, presentate proprio come erano state trovate dai minatori. Per me è stato un processo molto istruttivo, perché prima di allora le uniche pietre grezze con le quali mi ero confrontata direttamente in fase di acquisto erano stati i diamanti. Alla possibilità di farci spedire subito le pietre per farle tagliare in Italia, ho preferito collaborare con  Mukosha Mulenga, un giovane e talentoso tagliatore di Lusaka, al fine di lasciare l’intero valore prodotto al paese di origine

Questa iniziativa tanto efficace è stata possibile grazie alla collaborazione tra FESSMAZ e AGEC Africa (Monica Gichuhi), presenti sul posto, e a The Nomad Jeweler (Jessica Hudson) e The Responsible Jewelry Transformative (Susan Wheeler e Rachel Black).

Con le settimane, il supporto dagli orafi e dai designer nel mondo, i benefici nelle comunità e una crescente organizzazione, il gruppo di acquisto si è trasformato in “Virtu Gem”, un progetto sempre più strutturato. A Joseph, Christopher, Pauline, Charles, Mary, Kennedy e Mary Anne, i primi minatori a partecipare, si sono aggiunti Winter, Mwiya e Grace. Inoltre, grazie alla collaborazione con The Gemstone Association of Malawi, è stato possibile estendere il progetto anche al Malawi, coinvolgendo altri minatori artigianali (Emma, Percy, Margaret, Linda, Mathias, Ashley, Zeenat, Annie, Felicita, Maggie e Chiko) e, anche in questo caso, dei tagliatori locali (Austin, Joseph e Wilson). 

 

 

 Grazie per permettermi di continuare questa ricerca!